Una città sotto assedio, per Venezia la Vida è un modello

di Roberto Ferrucci *

Gli occupanti dell'ex edificio pubblico venduto dalla Regione a un privato per farci l'ennesimo ristorante per turisti sono una risorsa. Non meritavano di essere sgomberati dalla polizia in assetto antisommossa

Venezia, si sa, è una città sotto assedio. Lo dicono tutti, basta sfogliare i giornali di ogni angolo del mondo dove, puntualmente, ci si occupa con grande apprensione del suo futuro imminente, di un destino che sembra ineluttabile.

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Turismo di massa e grandi navi, sono le argomentazioni ricorrenti. Così, tutti credono che l’assedio di Venezia sia colpa soltanto di una globalizzazione da tempo ormai fuori controllo. Macché.

L’assedio è in atto da altrettanto tempo, ma dal suo interno. La vicenda dello sgombero forzato della Vida, ne è l’esempio più recente, e le dichiarazioni assurde del vice governatore della regione, la sua conferma. Venezia è tenuta sotto assedio prima di tutto dalle sue stesse istituzioni (alcune, le più potenti) e dalle lobby (tutte, e potentissime).

L’esperienza di occupazione della Vida da parte dei veneziani (e sottolineo veneziani, intesi come famiglie intere) per rivendicare uno spazio pubblico destinato, ancora una volta, a diventare il milionesimo ristorante, era una delle esperienze più significative e virtuose che Venezia e i suoi abitanti potessero offrire al mondo intero.

Ribadire, a tutti, soprattutto ai tanti che oggi visitano Venezia e ne restano delusi, che questa è una città dove si può e si deve risiedere, una città i cui abitanti hanno un ruolo attivo non soltanto nell’ambito commerciale ma anche e soprattutto culturale, educativo, di aggregazione.

Alla Vida, in questi mesi, è stato possibile rendersi conto che esiste tutta una parte di cittadinanza che ha voglia di vivere a “misura di Venezia”, e questa misura riguarda un rapporto stretto con la sua bellezza, il suo patrimonio, la sua unicità, la sua storia, la sua cultura. Ho scientemente evitato la parola “ricchezza”, ormai troppo ambigua e parola che, nella sua accezione peggiore, è appannaggio di chi questa città la sta svendendo giorno dopo giorno.

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Un accerchiamento autoreferenziale, dicevo, perpetrato da istituzioni (Regione e Comune in particolare) in mano a chi di Venezia sa poco o nulla, che a suo modo non la ama, gente per cui Venezia è solo una cartolina da vendere pezzo dopo pezzo al miglior offerente.

Un assedio che punta a immettere numeri sempre più spropositati di turisti, di “clienti”, necessari a espellere via via, residenti sempre più esasperati, esausti.

È un disegno pianificato con cura, che ha trovato la sua apoteosi nel 2015, con l’insediamento della giunta attuale, che non fa altro (insieme alla regione) che sopprimere spazi pubblici (sarebbero decine gli esempi: bastino la Vida, Poveglia, il Blue Moon al Lido), e che non fa che impedire alle Municipalità – uniche istituzioni veneziane oggi dalla parte del cittadino – di svolgere le loro funzioni, le loro attività. Per fortuna ci sono associazioni che vegliano su tutto ciò, nell’assenza pneumatica di un’opposizione – politica – ormai del tutto sgangherata e alla ricerca di una perduta identità.

Dobbiamo perciò ringraziarli, gli occupanti della Vida, che non meritavano di essere sgomberati da poliziotti in assetto antisommossa, e che meritano invece di essere riconosciuti come vera risorsa di Venezia, come punto di partenza di una nuova visione, una nuova fruizione, di un nuovo modo di viverla sul serio, la nostra città.

* scrittore