«Impensabile che Coin chiuda: trovi un’altra sede»

di Roberta De Rossi

L’assessore Boraso ha convocato per oggi azienda e sindacati per evitare il peggio. Ma la sfida sull’affitto è con la proprietà e così i dipendenti scrivono a Paola Coin

VENEZIA. «Né io, né il sindaco possiamo neanche pensare all’ipotesi che Venezia non abbia più un’azienda storica come Coin - presente dal 1947 - e che ci siano 90 dipendenti, famiglie che rischiano di restare senza lavoro. Il messaggio dell’amministrazione è chiaro e forte: Coin non deve uscire dalla città storica. Detto questo, se l’ipotesi “A” - mettersi d’accordo con la proprietà dell’immobile per l’affitto - si dovesse dimostrare non percorribile, resta solo l’ipotesi “B”, ovvero, che si muovano per trovare un altro palazzo. È fuori discussione il “piano C”, ovvero, l’uscita da Venezia».

L’assessore Renato Boraso presenta così l’appuntamento in agenda per questa mattina, a mezzogiorno, con i vertici della Coin Srl e i sindacati, che hanno chiesto a Ca’ Farsetti di farsi mediatore in questa storia di affitti stratosferici, posti di lavoro a rischio e anche scelte manageriali che si sono rivelate sbagliate, come quella che ha trasformato lo storico store di Rialto da punto di riferimento dello shopping dei veneziani a “Excelsior” del lusso, subendo poi anche la concorrenza di T Fondaco. L’azienda ha dato disdetta del contratto d’affitto a partire dal 28 febbraio, per l’impossibilità di trovare un’intesa sul canone con a società proprietaria, la Drizzly Srl di Paola Coin (la famiglia ha ceduto l’azienda molti anni fa). Richieste superiori ai 3 milioni di euro, a fronte degli attuali 560 mila, con grossi marchi pronti a subentrare: si parla di H&M.

Intanto, i dipendenti hanno scritto una lettera aperta alla «Gentilissima dottoressa Paola Coin», per tentare la via del “cuore” ed «esternare il forte stato di disagio che stiamo vivendo per il rischio che il negozio di Venezia possa chiudere a breve». «Abbiamo sempre avuto un elevato senso di attaccamento all’azienda», scrivono, «con senso di appartenenza ed orgoglio (...) per merito proprio della famiglia Coin , alla quale siamo grati per aver creato nell’arco di un secolo un’azienda unica, distintiva e di successo. Siamo convinti che Lei abbia a cuore, come noi, il futuro dell’azienda che - pur non rientrando ormai nella responsabilità diretta della famiglia Coin - porta avanti con continuità il frutto del lavoro di generazioni uomini e donne della Sua famiglia. Le chiediamo cortesemente di fare quanto nelle Sue disponibilità per evitare che il nostro futuro venga privato di una continuità occupazionale che getterebbe in crisi le nostre vite e quelle dei nostri familiari».

Sortirà effetto? A mettere la chiosa è l’assessore Boraso: «L’atteggiamento della proprietà - che ha rifiutato sinora qualsiasi richiesta di dialogo con i lavoratori e l’Oviesse - lascia l’amaro in bocca. Ingiustificabile».