Per l’Usl non può lavorare risarcita con 130 mila euro

di Rubina Bon

Mirano. Pur avendo tutti i titoli, un’infermiera non è giudicata idonea al concorso dopo un infortunio ma fa l’operatrice sociosanitaria con le stesse mansioni 

MIRANO. Non può sollevare carichi in seguito all’infortunio sul lavoro e per questo è stata giudicata non idonea al concorso per infermiera, pur avendo tutti i titoli richiesti. Ironia della sorte, però, può lavorare come operatrice sociosanitaria, occupandosi tra l’altro della movimentazione del paziente sul letto e della sua igiene. Un controsenso finito davanti alla giudice del lavoro Margherita Bortolaso, che ha dato ragione all’infermiera L.M., 53 anni di Mestre, difesa dall’avvocato Enrico Cornelio: la professionista si è vista riconoscere un risarcimento di oltre 130mila euro che le dovrà versare l’Usl.

Causa d’innesco di tutto il procedimento è stato l’infortunio che L.M., allora assunta come operatrice sociosanitaria nel reparto di Chirurgia generale dell’ospedale di Mestre, aveva subìto il 15 luglio 2013. Mentre, assieme a una collega e con l’aiuto di alcuni teli di stoffa robusta, stava spostando un paziente obeso che stava scivolando dal letto, la donna aveva avvertito un dolore lombare acuto che poi si era rivelato essere una ernia discale. Ne era derivata una inabilità lavorativa totale per 104 giorni e la successiva dichiarazione di idoneità alla mansione di operatrice sociosanitaria, limitando però i carichi a 7 chili, come prescritto dall’Inail che aveva riconosciuto l’infortunio e il risarcimento del caso. Proprio questo limite nel sollevamento dei pesi, tuttavia, era stato motivo di esclusione di L.M. dal concorso per infermiera bandito a gennaio 2014 dall’allora Usl di Dolo-Mirano: pur essendo al diciottesimo posto nella graduatoria e avendo i titoli in quanto laureata in Scienze infermieristiche, L.M. non aveva l’idoneità fisica completa per svolgere la professione di infermiera. E quindi era stata bocciata, dovendo rinunciare a un incarico che intellettualmente era di certo più qualificante ed essendo costretta a continuare a lavorare come operatrice sociosanitaria, sollevando pesi pur con le limitazioni del caso.

Nel ricorso contro l’azienda sanitaria, la donna ha chiesto il riconoscimento dei danni ravvisando una responsabilità dell’Usl per non averle dato i mezzi adeguati per la movimentazione dei carichi, oltre che il risarcimento del danno da carriera patito in seguito alla bocciatura al concorso. La donna ha anche proposto di abbandonare la causa se le fosse stata riconosciuta la posizione di infermiera. Ma l’azienda sanitaria ha deciso di resistere in giudizio. E martedì è stata condannata al risarcimento.

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