«Tregua, ma domani i trasferimenti»

di Serenella Bettin

Momenti di tensione al rientro alla base dei ribelli che sono stati presi in giro dai compagni che erano rimasti

CONA. Ieri mattina in quell’ex base militare di Conetta, il tempo sembrava essersi fermato.

Fermato a quel 13 novembre quando tutto ha avuto inizio. E ieri, come quel giorno pioveva. La nebbia e l’umidità non lasciavano trasparire nemmeno un raggio di sole. Addirittura un cartello, di quelli usati dai manifestanti con scritto “Stiamo morendo nel campo di Cona” , giaceva a terra sgualcito dalla pioggia, in mezzo al fango. Della loro protesta, è rimasto questo. Questo e i 248 trasferimenti ottenuti. Ma ora in quel campo ne restano altri 850 di richiedenti asilo e la seconda battaglia sarà ottenere altri cento trasferimenti. Così come promesso, così come si aspettano i migranti. Venerdì sera dalla sede della cooperativa di Spinea dove i profughi avevano passato la notte, sono ripartiti tutti e 56 e sono tornati a Conetta, dopo la decisione presa dalla prefettura lagunare: o tornate o vi viene notificata la perdita del diritto all’ospitalità. Ma quello che doveva essere un ritorno tranquillo, al caldo in pullman, è stato scompaginato. Negli occhi tanta rabbia, la delusione dei profughi, l’arrendevolezza e in alcuni vergogna e disperazione. Fonti interne al campo riferiscono che appena i 56 richiedenti asilo hanno fatto ritorno in base a Conetta sono stati derisi dai loro compagni che erano rimasti all’interno del campo.

Quelli che scendevano dai due pullman per farsi forza hanno iniziato a gridare “No shame – No shame – Senza vergogna, Senza vergogna”, mentre venivano presi in giro dai loro compagni che li riprendevano con il telefonino. Ma il caos è scoppiato quando i profughi tornati in base, si sono riappropriati dei loro posti letto che avevano prima. Alcune “stanze” erano già state sistemate, facendo finta che quei 56 richiedenti asilo non ci fossero più, forse perché quando non hai un posto nel mondo è così che funziona. Quelli rimasti dentro la base allora si sono arrabbiati e hanno cominciato a inveire. Sono volati calci, spintoni, qualche pugno e grida, ma nel giro di mezz’ora la situazione è tornata alla normalità. Per loro è così. Ieri nessuna protesta, solo il canto del muezzin che diffondeva il suono tra le campagne, qualche partita a pallone in mezzo alla pioggia, il costante presidio delle forze di polizia e la rabbia dei profughi per non avercela fatta, per aver perso, secondo loro, questa seconda battaglia. Ma giurano che non è finita qui. «I’m not fine», risponde il portavoce dei migranti Pa Moduo quando gli chiediamo come sta. «Non sto bene», poi aggiunge: «The battle is not over – la battaglia non è finita».

«Quello che è successo – dice un ragazzo francofono – è molto grave perché vuol dire che all’Italia non piacciono i neri. È questa la verità. Noi vogliamo vivere come voi». Intanto pare che già da lunedì qualcosa dovrebbe muoversi per i primi trasferimenti. I criteri con cui saranno trasferiti i migranti sono quelli dell’anzianità. Ossia chi è da più tempo nel campo di Conetta, sarà trasferito per primo. Ma il sindaco di Cona Alberto Panfilio, che in questi giorni ha corso da un paese all’altro seguendo i profughi e che anche l’altro giorno era a Malcontenta, dice: «Ho capito che la situazione poteva solo peggiorare, ma non è detto che facciano i trasferimenti, non è così automatico. Io avevo proposto che all’interno dei cento trasferimenti rientrassero le persone più provate, ma questa proposta non è stata accettata. Loro volevano che tutte le persone fuggite nella seconda ondata venissero trasferite. Loro non sono nella posizione di richiedere per iscritto qualcosa. La cosa importante, se ora ci saranno i trasferimenti, è che per la prima volta, non per conseguenza di una morte di qualcuno, il governo sfoltisce Conetta».

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