La rabbia, un tentato suicidio, poi la resa

di Serenella Bettin

Ragazzo esasperato vuole strangolarsi. Poi l’ordine del prefetto: «Tornate o niente ospitalità»

SPINEA. È la disperazione. Le borse ammassate a terra, le valigie sparpagliate nella sala, i sacchi neri già pronti per essere caricati e quei volti che gridano rabbia. Ieri alle 17 in quella palazzina della cooperativa Cssa (Cooperativa sociale servizi associati) di Spinea, in via del Commercio, si leggeva tutta l’afflizione e la disgrazia che un popolo possa provare. In quei venti metri quadri, al secondo piano del palazzo, erano ammassati in 56 richiedenti asilo, a cui si aggiungono poliziotti, uomini della Digos, il vicario del prefetto Sebastiano Cento, giornalisti, cameramen, ragazzi dei centri sociali, rappresentanti Usb e gli operatori della coop.

A un certo punto alle 17,04 qualcuno non ce la fa più e pare che tenti di strozzarsi. Un ragazzo di colore si mette con forza un laccio di stoffa rosa attorno al collo, gli amici e i suoi compagni lo salvano. Bloccano il ragazzo e subito gli tolgono il “cappio”. È il caos, la disperazione totale, i ragazzi non sanno cosa fare, abbandonati a loro stessi.

I profughi cominciano a gridare, c’è un parapiglia, le mani volano, le parole anche, i giornalisti delle reti televisive si affrettano per riprendere quelle immagini, per documentare quello che sta accadendo. A qualcuno dei centri sociali non va giù e chiede che i media escano dalla stanza. C’è un battibecco ma i giornalisti vengono invitati a rimanere.

Poi la situazione torna alla “normalità” sotto il controllo delle forze di polizia. Quei 56 richiedenti asilo, scappati dall’ex base militare di Conetta lunedì scorso, devono decidere se tornare in quel campo o se proseguire la marcia verso Venezia. Ieri inoltre due ragazzi gambiani si sono messi in un treno diretto per Adria, abbandonando la base militare.

«Ci sono state molte proteste la settimana scorsa», dice il portavoce dei profughi, Pa Moduo, «perché non vogliamo stare nei campi, ma se non stiamo nei campi nessuno ci dà accoglienza. Spero che queste proteste non siano inutili, ma diano risultati positivi».

Alle 18 i migranti si riuniscono per decidere perché il verdetto della prefettura è chiaro: se non tornate a Conetta vi verrà notificata la perdita del diritto all’ospitalità. Allora vengono fatti arrivare due pullman per riportarli indietro, le porte dei bus si spalancano, si attende solo che i profughi, alcuni seduti sopra le valigie, con il volto che guarda terra e le mani sulla nuca, entrino. Alle 18, 40 i poliziotti gridano: «Si chiude».

Un po’ alla volta, i profughi cominciano a salire nei pullman. La strada davanti la palazzina viene sbarrata dagli agenti. Davanti i migranti, stanno schierati i poliziotti anti sommossa. Alle 19, 03 le porte si chiudono, i pullman ripartono. Si torna a Conetta, non c’è via d’uscita.

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