Chioggia, torna il caso "Ultima spiaggia": indagato il sindaco

di Diego Degan

Il primo cittadino ha annunciato di aver ricevuto un avviso di richiesta di proroga dell’indagine Un tratto di arenile era stato concesso senza alcun bando pubblico all’impresa di cui era socio

CHIOGGIA. Il sindaco, Alessandro Ferro, è indagato da sei mesi, dalla procura della Repubblica di Venezia, per abuso d’ufficio, ma lui è venuto a saperlo solo l’altro giorno e ieri lo ha reso pubblico attraverso un post su Facebook. «Ho ricevuto» scrive Ferro «la notifica di una richiesta di proroga delle indagini, nei miei confronti, per abuso d’ufficio. Non ero a conoscenza, in precedenza di alcuna attività a mio carico. Lo comunico per trasparenza nei confronti dei cittadini, in ossequio a uno dei pilastri fondanti del Movimento cinque stelle».

Il sindaco non dice a quale vicenda si riferisce l’indagine, perché «la comunicazione che ho ricevuto fa solo riferimento all’articolo 323 del codice penale, ma non spiega i fatti all’esame della magistratura».

Il sindaco di Chioggia Alessandro Ferro


Tuttavia, poiché le indagini hanno durata normale di sei mesi, un viaggio a ritroso riporta alla bagarre su “Ultima spiaggia”, la società di cui Ferro era socio di capitale e che aveva “ereditato”, con l’ok del Comune, dalla parrocchia di Cà Lino, una concessione balneare, senza gara pubblica.

Ciò era accaduto nel 2014, quando Ferro non rivestiva alcuna carica amministrativa, ma una società concorrente, la Chiara srl, era ricorsa al Tar contro il provvedimento comunale che assegnava l’ambito balneare a Ultima Spiaggia ottenendo, a dicembre 2016 (Ferro sindaco), ragione pure in Consiglio di Stato.

Il Comune, allora come oggi, non ha mai ottemperato alla sentenza che imponeva di mettere a gara quella spiaggia, inoltre Ferro aveva acconsentito a un incontro con il legale della Chiara, per la risoluzione, inviando una comunicazione dalla sua mail privata e, comunque, né in campagna elettorale, né dopo, aveva evidenziato il suo conflitto di interessi. Dunque il richiamo di oggi alla trasparenza sembra essere anche una risposta alle accuse di reticenza che gli vennero rivolte allora.

All’epoca, sulla vicenda, presentarono un esposto dei consiglieri di opposizione, Barbara Penzo e Jonatan Montanariello (Pd), Marco Dolfin (Lega) e Beniamino Boscolo (Fi). «Un semplice elenco di fatti da chiarire», dice oggi Penzo. Quindi diversi elementi concorrono a identificare quella vicenda come «l’abuso d’ufficio» di cui parla Ferro.

Poteva non saperne nulla prima? Sì, perché l’avviso di garanzia arriva solo se è richiesta la partecipazione dell’indagato a qualche accertamento. Viceversa la proroga delle indagini è un atto per il quale è obbligatorio informare l’indagato. In questa fase, poi, Ferro non potrebbe sapere, neppure tramite un avvocato, i fatti per i quali è sotto inchiesta, ma dovrà attendere la conclusione delle indagini e l’eventuale richiesta di rinvio a giudizio, essendo possibile che il Gip neghi la proroga e archivi.

Altra possibilità è che Ferro chieda di essere ascoltato dal magistrato: un colpo vincente sul piano della trasparenza ma, su quello legale, meno consigliabile, visto che dovrebbe rispondere senza sapere quali carte ha in mano la Procura. Ma Ferro ribadisce: «Sono tranquillo e sereno».

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