Senza stufe, i profughi bloccano la strada

di Diego Degan

Cona. Sotto la pioggia una cinquantina di rifugiati ha protestato contro le proibitive condizioni di vita all’interno della base

CONA. «Campo Cona, basta! », «Campo Cona, basta!». Scandivano lo slogan, in maniera ritmata, accompagnandolo con salti, balli e fischi, incuranti del freddo e della pioggia che inzuppava loro e i pochi rappresentanti delle forze dell’ordine presenti sul posto. I manifestanti, usciti dalla base di Conetta, che occupavano la strada provinciale per Agna, erano solo una ventina ma, dicevano, nel loro italiano stentato, «restiamo qui tutti il giorno, anche due giorni, anche di più, fino a quando il prefetto non verrà a parlare con noi». Tutto era cominciato alla solita ora delle proteste, le sette e mezza di mattina: i profughi erano usciti dalla base e si erano diretti nella piazza del paese. Erano alcune decine ma andavano e venivano, anche a causa del cattivo tempo. Non meno di venti, mai più di cinquanta, avevano portato con sé delle panchine che usavano come barricate improvvisate e avevano fermato il traffico. Il rapido arrivo di polizia e carabinieri ma, soprattutto, la pioggia battente, li avevano indotti a tornare alla base dopo circa un’ora di proteste.

Il motivo che li aveva spinti non era chiaro ma sembrava riconducibile alla temperatura all’interno dei capannoni in plastica che dove sono ospitati. Per proteggersi dal freddo degli ultimi giorni (o, meglio, delle ultime notti) alcuni di loro si erano dotati di stufette elettriche, ma il personale della cooperativa le aveva sequestrate tutte, perché rappresentano un concreto pericolo di incendio, se mal custodite. Ma, più tardi, si scoprirà che non c’era solo questo motivo.

Che il fuoco covasse ancora sotto la cenere, infatti, si capiva dal fatto che alcuni dei manifestanti non erano rientrati nella base, ma si erano fermati ai cancelli, con le loro panchine, come se aspettassero qualcosa. E, infatti, verso le 12 mezza, la protesta è ripartita, nelle stesse modalità di qualche ora prima, ma con maggiore determinazione da parte dei profughi. «Uno di noi», hanno spiegato, infatti, «è stato chiamato stamattina in Questura, per cambiare il permesso di soggiorno». Un “cambio” che, in realtà, era una revoca, come si è poi saputo, e loro chiedevano spiegazioni per questo provvedimento. Sia per solidarietà nei confronti del loro collega, sia per timore che potesse accadere anche a loro.

«Vogliamo l’integrazione» diceva quello che, meglio degli altri, parlava italiano, «ci tengono nel campo a mangiare, dormire e non fare nulla. Vogliamo uscire, vogliamo lavorare. Alcuni di noi sono lì dentro da più di un anno. Siamo stanchi». La richiesta dei manifestanti era un incontro con il prefetto o un suo rappresentante, «perché della cooperativa non ci fidiamo», ed erano decisi a restare a oltranza.

«Avranno anche ragione», diceva il titolare del vicino ristorante “da Vegro”, «ma, così, mi impediscono di lavorare». Qualche veicolo, incontrando il blocco, è tornato indietro, alla ricerca di una strada alternativa. Qualcun altro ha tentato di “forzare”: in particolare una ragazza, trovatasi i profughi ammassati davanti alla macchina e uno, addirittura, steso a terra, quasi sotto le ruote, è stata fatta deviare dalla polizia. Un funzionario della Prefettura è arrivato nel pomeriggio ma, alle 19.30, la manifestazione era ancora in corso.

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