«In pensione a 67 anni? Ci vogliono le Br»

di Giovanni Cagnassi

San Donà. Un pericoloso post su Facebook di una dipendente dell’Usl 4. Il direttore Bramezza avvia un’indagine interna

SAN DONÀ. «Ci portano la pensione a 67 anni e noi non facciamo niente...almeno una volta c’erano le Br». Una pericolosa nostalgia dei tempi passati, quando si sparava e uccideva nel nome della rabbia cieca e dell’ideologia, quando esplodevano le bombe e morivano persone innocenti. La frase è stata scritta sul profilo Facebook da una dipendente dell’Usl 4 e subito la reazione non si è fatta attendere. Altri colleghi e cittadini hanno segnalato la gravità di questa riflessione che appare dettata dall’emozione e la mancanza di autocontrollo. Un atteggiamento tipico degli “hater”, i cosiddetti odiatori della tastiera che si sfogano davanti al computer e sputano fuoco sui profili e le pagine dei social. Una leggerezza in cui sono caduti in tanti, soprattutto negli ambienti politici, senza sapere che spesso certe frasi hanno una rilevanza penale. Il problema, oltre al contenuto della frase, nasce dalla circostanza che si tratta di una dipendente pubblica dell’azienda sanitaria del Veneto Orientale. Il direttore generale dell’Usl 4, Carlo Bramezza, ne è stato subito informato.

Il dirigente ha inizialmente cercato di inquadrare l’episodio tra le stranezze e gli eccessi della rete, rendendosi conto subito che però certi errori sono gravi se commessi da un pubblico dipendente di un’azienda come quella sanitaria. Per questo ha effettuato le sue verifiche e non si esclude che saranno presi dei provvedimenti a breve. «Credo che certe frasi forti siano dettate appunto dalla tensione e la crescente emotività sulla scia delle polemiche politiche e del mondo del lavoro», ha detto Bramezza a caldo, «ma certo non possiamo permettere che questo avvenga, a maggior ragione se si tratta di un nostro dipendente che svolge incarichi molto delicati».

Poche parole dal direttore generale che deciderà nei prossimi giorni se prendere provvedimenti ed eventualmente irrogare sanzioni, se previste, nei confronti della dipendente, che ha avocato l’immagine delle brigate rosse. Una decisione che maturerà indipendentemente dal fatto che la sua posizione e il suo commento fossero del tutto personali, perché comunque pubblicati in rete con la consapevolezza del proprio incarico in seno all’azienda, oltretutto evidenziato nel profilo. Altri dipendenti sono rimasti scandalizzati: «Lo abbiamo letto tutti», commentano, «e lo riteniamo un fatto grave perché non è possibile inneggiare al terrorismo, di qualunque matrice esso sia quando si denunciano disagi o problemi per quanto condivisi. Non possiamo mai dimenticare che per colpa di queste bande di terroristi sono state martoriate persone, lasciate sole delle donne diventate vedove e dei figli rimasti senza padre e quindi orfani. Per tutt’altro genere di problemi non si possono evocare certi spettri della storia che dovrebbero essere dimenticati e condannati da tutti anche per insegnare alle nuove generazione cosa è stata quella pagina nera della storia d’Italia».

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