Concorsi bloccati: così perdiamo i medici migliori

di Francesco Furlan

Sono quaranta i giovani che dal Veneto hanno chiesto il via libera per l'espatrio. Scarso ricambio nei reparti degli ospedali dove l'età media è sempre più alta

VENEZIA. Medici con il bisturi in valigia, pronti a mettersi alla prova negli ospedali di altri sistemi nazionali: Inghilterra, Germania, Francia e Svizzera soprattutto. Esperienze internazionali, per fortuna. Ma il problema è che in molti partono non per scelta, ma per necessità. A causa di concorsi bloccati, turnover con il contagocce, poche opportunità di crescita e di carriera.
 
«Nel solo Veneto sono circa 40 i medici che tra il 2016 e 2017 suddivisi per fasce d'età hanno richiesto l'attestato al ministero della Salute e poi decidono di emigrare», racconta Domenico Montemurro, 41 anni, medico di medicina interna dell'ospedale Sant'Antonio di Padova e responsabile nazionale del settore giovani dell'Anaao Assomed, l'associazione dei medici dirigenti. I pochi dati disponibili sulla fuga dei medici italiani - che fa il paio con quella degli infermieri - sono sufficienti a scattare la foto di un una giovane classe di medici che, stanchi di aspettare, preparano le valigie, coltivando spesso la voglia di tornare. Secondo gli ultimi dati disponibili i medici che hanno chiesto al Ministero della Salute la documentazione utile per esercitare all'estero - stando a un rapporto dell'Anaao - sono passati da 396 nel 2009 a 2363 nel 2014 (+ 596%). 
 
Nel Regno Unito, secondo i dati del General Medical Council, i medici italiani che prestano servizio sono più di 3000, rappresentando l'1,1% degli iscritti nel 2014. «Oramai siamo a circa 1000 laureati o specialisti che emigrano ogni anno. Per l'Italia il costo della formazione per singolo medico si aggira intorno a 150.000 euro», riflette Montemurro, «in termini economici, è come se regalassimo mille Ferrari all'anno agli altri paesi europei ed extra europei. Ovviamente il danno non è solo economico. Noi perdiamo talenti, intelligenze, saperi professionali, sottratti per incuria alla sostenibilità qualitativa del nostro Sistema sanitario nazionale e più in generale allo sviluppo scientifico e culturale del nostro Paese». La foto è difficile da scattare perché molti medici esercitano all'estero pur rimanendo iscritti all'ordine professionale della loro città, e viceversa perché ci sono medici che richiedono al ministero della Salute il certificato di onorabilità professionale, il good standing, necessario per poter esercitare all'estero e poi però non partono. Ma basta una chiacchierata con gli specializzandi per capire come il lavoro all'estero sia diventato, negli ultimi anni, un'ipotesi sempre più concreta per tutti.
Domenico Montemurro e Lucio D'Anna, 34 anni, primario a Londra
«Ci sono due tipologie di medici con la valigia», spiega Montemurro, «da un lato ci sono coloro che non riescono a entrare nelle scuole di specializzazione e non ce la fanno, e vanno a specializzarsi direttamente all'estero, con un'età media di 26-27 anni. Dall'altro i medici che, dopo la specializzazione, non riuscendo a trovare spazio nel sistema sanitario nazionale, se ne vanno». Dove, senza turnover e senza concorsi, bloccati dal taglio delle spese, i camici in reparto sono sempre più anziani. Negli ultimi 13 anni i medici ultra 55enni sono passati dal 20 al 50%, la più alta in Europa, e nel podio mondiale dopo Israele. I giovani medici italiani se ne vanno all'estero a fare esperienza e fuggire dal precariato.
 
La voglia di lavorare e crescere professionalmente pesa di più dello stipendio nella bilancia delle alternative possibili. Un flusso che però è a senso unico. «Rispetto alle altre regioni d'Italia», aggiunge il giovane medico dell'Anaao, il turnover in Veneto funziona meglio rispetto ad altre regioni dove il problema è più acuto». Ad andarsene all'estero sono soprattutto medici di medicina interna, chirurghi, geriatri, anestesisti. In attesa di ricevere dal ministero il good standing.
 
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