Fossò, ragazzine spinte al suicidio dal pedofilo

di Rubina Bon

Due delle 16 adolescenti vittime dello studente di Fossò arrestato erano rimaste sconvolte e volevano farla finita

FOSSO'. All’inizio poteva sembrare un gioco: scattarsi foto intime e spedirle a quello che pareva un “amico” su Facebook per sperare di partecipare a un concorso di bellezza a premi. Ma le richieste di scatti hard alle vittime - tutte ragazzine sotto i 15 anni - divenivano via via più pressanti da parte di A.Z., 23 anni di Fossò, studente di Ingegneria informatica a Padova, in carcere da prima di Pasqua con le accuse di divulgazione di materiale pedopornografico, tentata violenza sessuale, accesso abusivo al sistema informatico, indebita acquisizione di codici di accesso, diffamazione, violenza privata.

Una pressione sulle giovani vittime che, spiegano dalla polizia postale di Venezia, era diventata talvolta una persecuzione. La serenità e la stabilità di alcune adolescenti erano state minate a tal punto che in almeno due casi - uno la scorsa estate e uno poche settimane fa - le stesse vittime avevano manifestato la volontà di farla finita, oltre ad episodi di autolesionismo.

Un incubo dal quale le ragazzine erano uscite prima che succedesse l’irreparabile grazie all’intervento degli investigatori del Compartimento polizia postale di Venezia che hanno lavorato con i colleghi di Padova e di mezza Italia, con il coordinamento della pm Elisabetta Spigarelli. Da un anno il giovane non aveva più il pc a casa, ma aveva continuato a mettere in atto i piani usando lo smartphone, i pc dell’università e quelli degli Internet point.

Crescono le vittime. Sono 16 le vittime accertate, tutte tra i 14 e i 15 anni, residenti in varie zone d’Italia con prevalenza al sud. Ma secondo la polizia postale il numero è destinato a crescere poiché risultano almeno altre 30 minorenni contattate dai profili Facebook utilizzati dal 23enne.

Il meccanismo. I primi contatti con le vittime avvenivano attraverso la chat Messanger servendosi dei profili Facebook da lui creati “Ragazze per concorsi”, “Taggo gente bellissima”, “La sfida delle foto”, “Giadaautoscatti concorsi”. Per partecipare a presunti concorsi di bellezza, le richieste di foto da parte di A.Z. si facevano via via più specifiche e insistenti.

Dinnanzi alla titubanza o al rifiuto da parte delle ragazzine, scattava la seconda parte del piano: l’annientamento delle vittime con minacce e offese. Dopo aver indotto le ragazze a cliccare su un link di phishing che riportava a una pagina del tutto simile alla home page di Facebook, il giovane riusciva a carpire le credenziale di accesso ai profili delle stesse vittime e, una volta conquistata la disponibilità dell’account, divulgava le foto sexy, anche creando gruppi nei quali le offendeva. Non solo: i profili hackerati venivano usati dallo studente per contattare altre minori scelte tra le amicizie virtuali, oltre che rinominati con insulti.

Sempre più specializzato. Il giovane aveva sempre più affinato le competenze, anche sulla base degli studi universitari: usava server stranieri per occultare le tracce informatiche e software per cancellare i file nei dispositivi. Nel 2014 era già stato arrestato per detenzione di materiale pedopornografico e condannato a 8 mesi. Ora il procedimento è in appello. Aveva subìto perquisizioni nel 2015, 2016 e 2017. Difeso dall’avvocato Marco Locas, si dichiara innocente: «È colpa di un hacker».