Processo ai boss dei piccoli mendicanti

di Giorgio Cecchetti

È iniziato il processo nei confronti di nove rom che sfruttavano cinque minorenni, facendogli chiedere la carità sui treni

Sul banco degli imputati sono in nove e quattro di loro, sei anni fa, erano stati arrestati. Stando al capo d’imputazione, devono rispondere di aver utilizzato minori nell’accattonaggio e di violenza privata aggravata: a far scattare le indagini un esposto presentato da una decina di passeggeri pendolari di Trenitalia, frequentatori della linea ferroviaria Mestre-Padova. Ogni mattina, dalle 7,30 in poi, almeno cinque ragazzini, che all’epoca dei fatti avevano dai 12 ai 15 anni, erano costretti con le minacce e in alcune occasioni anche con le percosse a mendicare sui treni, chiedevano la carità ai viaggiatori sotto il controllo degli adulti, che non li mollavano un minuto, tanto che dopo due anni di indagini e controlli, i carabinieri di Dolo nell’ultima domenica di maggio 2010 sono saliti sul treno alla stazione di Ballò e hanno arrestato quattro rom, il 45enne Valentin Caldararu, il 25enne Gheorghe Baicu e i 24enni Paris Misu e Marcu Caldararu, allora sistemati nel campo di Ponte di Brenta, proprio sotto il ponte. I quattro erano saliti sullo stesso treno dei ragazzi e tenevano d’occhio Ghita, Marcel, Laleone, Marin e Stefan.

Ieri, davanti al giudice monocratico del Tribunale di Venezia Irene Casol hanno testimoniato l’ufficiale dell’Arma che ha coordinato le indagini e i sottufficiali che le hanno portate a termine. I fatti si riferiscono al periodo che va dal 2008 al momento dell’arresto, la primavera del 2010. Era stato il reato di violenza privata a permettere i quattro arresti in flagrante. Si era trattato delle violenze contro un bambino di 13 anni e una ragazzina sedicenne, il primo letteralmente spinto ad entrare in una carrozza per mendicare. Tra i cinque minorenni c’erano maschi e femmine, che gli adulti sorvegliavano, posizionandosi alle due estremità dei treni e che “fruttavano” dai 10 ai 30 euro (ciascuno) al giorno.

L’organizzazione era certosina, i vari gruppi usavano sempre treni diversi, tutti locali, salendo e scendendo in corsa alle stazioni intermedie di Vigonza, Ballò, Mira prima di arrivare a Mestre. Non raggiungevano mai Venezia, nel timore dei controlli nelle due stazioni più grandi e sorvegliate dalla Polfer. I capi si ritenevano i “padroni” indiscussi del mercato delle elemosine sui treni. In un caso hanno anche aggredito un passeggero: un pensionato che aveva pagato il biglietto ad un giovane nigeriano è stato fatto scendere e poi picchiato perché i rom ritenevano che l'elemosina dovesse andare solo a loro.

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